"UNPEOPLE"
La grande saggezza degli indigeni e i "fantasmi di Gaza". La fotografia "heavy metal" degli operai inglesi negli anni '70, i ragazzi che vivono ai margini nell'America profonda. Le foto degli ultimi.
George Orwell le chiamava non persone, figure, come commenta il grande linguista americano Noam Chomsky “inadatte a entrare nella storia”. Potremmo dire persone fuori fuoco, ma che la fotografia contribuisce a riportare, in modo ostinato e contrario, al centro della scena.
Sono i ragazzi che vivono ai margini nell’America profonda del prezioso reportage realizzato da Jim Mangan: immagini che esprimono, allo stesso tempo, comunità disgregate e selvaggia bellezza.
Dare voce agli “unpeople” significa raccontare la cultura e i popoli indigeni, come nell’opera di Cristina Mittermeier, che offre “allo sguardo altrui lo «straniero» in tutta la sua dignità di essere umano, senza mai cedere alla visione idealizzata che troppo spesso accompagna le narrazioni dell’esotico”, scrive Francesca Interlenghi.
Un racconto di storie, tradizioni, usanze che ritroviamo nelle voci del profondo sud degli Stati Uniti, al centro dell’ultimo progetto fotografico di Rahim Fortune, Hardtack.
"Era importante registrare queste vite", afferma la fotografa americana Janine Wiedel, autrice degli impressionanti scatti “heavy metal” che documentano un’industria e una realtà oggi perduta: quella degli operai impegnati nelle acciaierie, nelle miniere di carbone e negli altiforni del Regno Unito degli anni ‘70. Storie di orgoglio e coraggio.
Gli unpeople sono i fantasmi di Gaza che continuano ad avere voce grazie al fotografo Motaz Azaiza: "Ho fatto del mio meglio - racconta in una bella intervista a The Guardian - per mostrare al mondo la nostra realtà, ora il mondo deve mostrare la sua posizione. È la gente comune, uomini e donne, che ha il potere di salvare ciò che resta della Palestina. Il nostro appello è semplice: vogliamo solo vivere".
VANITY FAIR
PHOTOGRAPHER RAHIM FORTUNE EXAMINES HERITAGE, RITUAL, AND BLACK CULTURE’S ENDURING TRADITIONS IN THE AMERICAN SOUTH
Allison Schaller
L’ultima pubblicazione di Rahim Fortune, Hardtack, presenta una raccolta di immagini realizzate nell'arco di un decennio e incentrate sulle tradizioni della cultura nera. Il lavoro affronta i temi legati all'eredità culturale e ai riti, collegando ritratto e paesaggio, concentrandosi su dettagli come la foschia che circonda un cowboy da rodeo e le nuvole che incombono sopra una strada sterrata. Altre immagini sono un tributo alle legioni di fotografi che hanno preceduto Fortune e lo hanno ispirato. “Un insieme di fotografie - spiega - che parlano di un legame intergenerazionale con la storia su cui forse non abbiamo il massimo controllo, ma che riguarda davvero la maggior parte delle nostre vite”.
LITHUB
LOST BOYS: ON A HIDDEN FRATERNITY OF THE FORSAKEN IN THE AMERICAN WEST
Judith Freeman - Jim Mangan
Un profeta caduto, una comunità disgregata, un mondo di selvaggia bellezza, popolato da ragazzi ai margini della società, chiamati ad affrontare una realtà sconosciuta. È un grande affresco di un’America remota quello realizzato da Jim Mangan. Immagini di rara potenza, “con i pini fulminati e i ceppi troncati e i fiumi che scorrono rossi, dove i vortici di roccia e i vortici di pietra e l'acqua e gli alberi proiettano una bellezza furiosa e impetuosa. Questo è ciò che Jim Mangan ha catturato in queste foto: dei ragazzi che cambiano, in un mondo che cambia”.
THE MAP REPORT
IL REPORTAGE OLTRE IL REPORTAGE
Giulia Berardi
Dall’industrializzazione all’urbanizzazione, dalla sovrappopolazione al climate change: gli scatti della sezione “Reportage Beyond Reportage” dell’ultimo MIA Photo Fair catturano il cambiamento del nostro paesaggio nell’epoca dell’antropocene.
THE GUARDIAN
PHOTOJOURNALIST MOTAZ AZAIZA: ‘THE GHOSTS OF GAZA FOLLOW ME EVERYWHERE’
Thaslima Begum
Quando Israele ha lanciato l'offensiva a Gaza dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre, Azaiza ha preso la sua macchina fotografica e si è diretto in prima linea. Nonostante il giubbotto antiproiettile chiaramente contrassegnato, a dicembre ha evitato per un soffio di essere colpito dalle forze israeliane. Israele nega di aver preso di mira i giornalisti ma, secondo un gruppo di esperti delle Nazioni Unite, a Gaza sono stati uccisi finora più di 122 giornalisti e professionisti dei media: il conflitto più letale per i membri della stampa nella storia recente. Azaiza oggi ha più di 18milioni di follower su Instagram. “Come esseri umani, abbiamo tutti la responsabilità di testimoniare ciò che sta accadendo a Gaza”, afferma. “Ho fatto del mio meglio per mostrare al mondo la nostra realtà, ora il mondo deve mostrare la sua posizione. È la gente comune, uomini e donne, che ha il potere di salvare ciò che resta della Palestina. Il nostro appello è semplice: vogliamo solo vivere”.
IL GIORNALE DELL’ARTE
LA GRANDE SAGGEZZA DI CRISTINA MITTERMEIER
Francesca Interlenghi
La prima retrospettiva in Europa dedicata alla fotografa, biologa marina e attivista di origini messicane, raccoglie circa 90 fotografie che danno conto della bellezza del nostro pianeta e delle diverse culture e tradizioni dei popoli indigeni che lo abitano. “La sua indagine offre anche una testimonianza preziosa delle culture indigene, delle loro tradizioni, dei loro riti e rituali. Mittermeier ritrae le comunità di tutto il mondo depositarie di quella grande saggezza, che ancora mantengono un legame con la natura e comprendono profondamente il delicato equilibrio del nostro ecosistema. Lo fa in maniera onesta, dando voce agli «unpeople», per dirla con Orwell, offrendo allo sguardo altrui lo «straniero» in tutta la sua dignità di essere umano, senza mai cedere alla visione idealizzata che troppo spesso accompagna le narrazioni dell’esotico”.
THE GUARDIAN
HEAVY METAL: HOW JANINE WIEDEL CAPTURED THE FILTH AND GLORY OF BRITAIN’S INDUSTRIAL
Stuart Jeffries
Nel 1978 la fotografa americana ha percorso le West Midlands in camper per documentare la vita dei lavoratori impegnati nelle acciaierie, nelle miniere di carbone e negli altiforni. Storie di orgoglio e coraggio, ma che oggi sono diventati testimonianze di un mondo completamente svanito, trasformandolo in un reportage prezioso dell’industria pesante britannica, perché la documentazione del lavoro all’interno di questa fabbriche (molte delle quali oggi chiuse) sono rare. “Era importante registrare queste vite”, spiega Janine Wiedel. “Per me è stato bello restituire alle persone la loro storia: è la parte migliore di quello che faccio”.
AGENDA
Carrara, Carmi - Uliano Lucas - Altre voci, altri luoghi. Fotografare per comprendere il mondo intorno a noi (fino a domenica 5 maggio)
Milano, Palazzo Reale - Brassaï. L’occhio di Parigi (fino a domenica 2 giugno)
Reggio Emilia - Fotografia Europea (fino a domenica 9 giugno)
Londra, South London Gallery - Acts of Resistance: Photography, Feminisms and the Art of Protest (fino a domenica 9 giugno)
Milano, Mudec - Martin Parr, Short & sweet (fino a domenica 30 giugno)
New York, MOMA - LaToya Ruby Frazier Monuments of Solidarity (fino a sabato 7 settembre)THE NEW YORKER
A BEGRUDGINGLY AFFECTIONATE PORTRAIT OF THE AMERICAN MALL
Margaret Talbot
Il primo shopping mall è apparso negli Stati Uniti nel 1956, a Southdale, nei dintorni di Minneapolis. Il fotografo Stephen DiRado è nato un anno dopo ed è diventato maggiorenne mentre altri mall crescevano inesorabilmente nei sobborghi di tutto il Paese, esercitando una presa sulle abitudini di consumo e sulla vita sociale degli americani. Nel 1984, DiRado ha deciso di voler raccontare la vita dei centri commerciali in America, spendendo due anni e 18 ore al giorno a fotografare il mall di Worchester nel Massachusetts. E la sua visione del centro commerciale come un insieme di superfici dure e lucide e di alienazione fu presto complicata dalla presenza di un’umanità varia, che spesso vi bighellonava , creando pian piano una comunità. Una comunità “involontaria”, ma che nelle foto di DiRado finiscono col generare un sentimento di nostalgia. Tanto più oggi che le foto dei mall raccontano essenzialmente una storia di abbandono. Quello di Worchester ha chiuso i battenti nel 2006. Luoghi che oggi, nell’epoca dell’isolamento digitale, finiscono col sembrare meno terrificanti di quanto si potesse immaginare nell’epoca del loro massimo splendore. In fondo erano “non-luoghi” di fortuiti incontri umani.
ESQUIRE
MICALIZZI: «LA MIA MACCHINA FOTOGRAFICA NON È PIÙ LETALE DI UN FUCILE»
Cristina D’Antonio
Alla domanda se la fotografia di guerra sia un genere o una condizione esistenziale, risponde secco: «La seconda». Gabriele Micalizzi, 100 cicatrici sparse sul corpo, un occhio che non vede più e la consapevolezza che per i reportage dal fronte ci voglia l’età giusta, insomma quella giovane, porta le sue immagini in galleria, in formato fine art. A Kind of beauty. Stories behind the shot è la selezione fatta con Tiziana Castelluzzo: “una serie di fotografie, dal bianco e nero stampate ai sali d’argento al colore, che tentano l’azzardo di un’unione incerta tra documentarismo ed estetica. Perché Micalizzi registra quanto è difficile guardare: l’effetto dell’odio, dell’oppressione, delle armi”.
DAZED
AN RAW PORTRAIT OF GREENLAND BY A RISING ARCTIC INUIT ARTIST
Kitty Grady
Innuteq Storch combina fotografie d'archivio con le proprie immagini, illuminando l'identità della sua nazione attraverso uno sguardo groenlandese, a lungo soppiantato solo da quello coloniale, che non è tuttavia il tema della ricerca di Storch. Artista che mira invece a catturare “la quotidianità e il modo di essere groenlandese”. Nelle sue immagini spesso figure umane sono piccole e nascoste dalle ombre. “Questo è un luogo dominato dal paesaggio, dagli umori mutevoli del sole, del mare e del cielo. Viviamo grazie alla natura, che decide che tipo di giornata avremo”, dice Storch.












